Dalla compliance alla competitività: il ruolo della Good Governance nella strategia ESG


Focus CSR: Principi di Good Governance, 09.02.2026
In collaborazione con la Camera di Commercio Como-Lecco

La sostenibilità sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie aziendali, modificando in profondità il modo in cui le imprese pianificano, governano e comunicano le proprie attività. In questo contesto, una buona governance garantisce coerenza tra la strategia, responsabilità e capacità dell’azienda di affrontare i rischi e cogliere nuove opportunità di mercato.

Questi temi sono stati al centro del webinar Focus CSR “Principi di Good Governance” del 9 febbraio 2026, realizzato in collaborazione con la Camera di Commercio Como-Lecco. L’incontro ha offerto alle imprese una panoramica chiara e operativa sugli obblighi di rendicontazione degli aspetti ESG (ambientali, sociali e di governance), con un focus sulla Governance quale elemento di solidità aziendale e competitività.

Ad aprire il webinar è stata Jenny Assi, responsabile scientifica CSR di AITI, che ha sottolineato come, a fronte di un 2025 segnato da forte incertezza e nervosismo rispetto all’attesa delle decisioni politiche dell’Unione europea e alla pubblicazione dei nuovi standard UE di rendicontazione, il 2026 può essere l’anno della “ripartenza”. Le aziende possono finalmente tornare a concentrarsi sulla rendicontazione degli impatti ESG più significativi, orientando gli investimenti laddove è più sensato farlo: qualità e sicurezza dei prodotti, transizione energetica, salute e sicurezza dei dipendenti, formazione continua, ecc. concentrando di conseguenza i propri investimenti sulla competitività aziendale, sull’accesso al capitale e sulla qualità delle relazioni con i dipendenti, clienti e i fornitori. In questa prospettiva, la buona governance rappresenta il presupposto indispensabile affinché la CSR possa essere seriamente integrata nella strategia, nei processi aziendali e nella comunicazione interna ed esterna.

Su queste basi si è sviluppato l’intervento di Giulia Lumina, ESG & Sustainability Manager di Andersen, che ha illustrato l’evoluzione del quadro normativo dell’Unione europea e svizzero rispetto alla rendicontazione degli impatti economici, sociali e ambientali. A partire dal 2015, con l’introduzione dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, la sostenibilità ha iniziato a trovare una traduzione sempre più concreta nelle politiche pubbliche. In Europa, questo percorso si è intensificato dal 2017 con la Non Financial Reporting Directive (NFRD), che ha reso obbligatoria la rendicontazione non finanziaria per le grandi imprese, aprendo la strada a un sistema di maggiore trasparenza sugli impatti delle attività economiche. Negli anni successivi, il quadro normativo si è ulteriormente rafforzato con l’introduzione di strumenti come la Tassonomia Europea, che classifica le attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale, e la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR), che ha rafforzato la trasparenza nel settore finanziario, introducendo regole più chiare per definire e comunicare gli investimenti sostenibili. Questo processo ha trovato una sintesi nel Green Deal europeo, che ha fissato obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 e di neutralità climatica entro il 2050.

Oggi, tre normative rappresentano i pilastri del nuovo contesto ESG per le imprese. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), adottata nel 2022 ed entrata in vigore nel 2023, è attualmente oggetto di revisione nell’ambito del pacchetto europeo “Omnibus”, che ha ridefinito nel dicembre 2025 il perimetro di applicazione concentrandolo sulle imprese di maggiori dimensioni (oltre 1’000 dipendenti e € 450 mln di fatturato). Il quadro non è ancora pienamente definitivo, il risultato finale dovrebbe arrivare entro la prima metà del 2026. La direttiva richiede alle aziende di valutare non solo i propri impatti sull’ambiente e sulla società, ma anche i rischi e le opportunità finanziarie legate ai temi ESG, secondo il principio della doppia materialità, implicando un coinvolgimento diretto del Consiglio di Amministrazione e requisiti stringenti sulla qualità, tracciabilità e digitalizzazione dei dati non finanziari.

Accanto alla CSRD, la European Union Deforestation Regulation introduce obblighi di due diligence per garantire che determinati prodotti – come cacao, caffè, soia, olio di palma, legno, gomma e bovini – immessi sul mercato europeo provengano da filiere prive di deforestazione e siano conformi alla normativa del Paese di produzione. L’EUDR sarà applicabile dal 30 dicembre 2026 per le medie e grandi imprese e dal 30 giugno 2027 per i micro e piccoli operatori (esclusi i trader micro piccoli e gli operatori a valle micro piccoli), ma le sue implicazioni sono già rilevanti per molte aziende, in particolare lungo le catene di fornitura internazionali. A completare il quadro si colloca la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) - che deve essere recepita negli ordinamenti nazionali- estende gli obblighi di due diligence lungo l’intera catena del valore in relazione ai diritti umani e agli impatti ambientali. In particolare, la direttiva impone alle imprese di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio a violazioni quali lavoro forzato, lavoro minorile, sfruttamento dei lavoratori, discriminazioni, violazioni della libertà sindacale, nonché danni ambientali legati a inquinamento, perdita di biodiversità, gestione delle sostanze pericolose ed emissioni climalteranti. Essa prevede inoltre obblighi di integrazione della due diligence nei sistemi di governance e di gestione del rischio, nonché sanzioni significative in caso di inadempienza, con un impatto potenzialmente rilevante per le imprese più strutturate e per le filiere globali.

Anche la Svizzera con l’articolo 964a–c del Codice delle Obbligazioni ha introdotto l’obbligo di rendicontazione non finanziaria e di due diligence per le grandi aziende di interesse pubblico, con particolare attenzione alle riduzione delle emissioni di CO2, agli impatti ambientali, sociali, ai diritti umani e alla lotta alla corruzione. Un ruolo centrale è svolto inoltre dal framework TCFD (Task Force on Climate-related Financial Disclosures), che fornisce alle imprese un riferimento internazionale per la rendicontazione dei rischi e delle opportunità legate al cambiamento climatico. A questi strumenti si affiancano misure come il Pay and Gender Equality Act e il Climate and Innovation Act, che mirano a promuovere equità salariale, transizione energetica e innovazione a basse emissioni, confermando come tali tematiche stiano diventando un elemento strutturale anche nel contesto svizzero.


Un tema particolarmente rilevante affrontato durante il webinar riguarda la rendicontazione e la scelta degli standard più appropriati da utilizzare in funzione delle dimensioni aziendali. Gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) rappresentano il riferimento obbligatorio per le imprese soggette alla CSRD e coprono in modo sistematico tutti gli ambiti ESG, inclusa la governance, attraverso requisiti di disclosure dettagliati. Gli Standards del Global Reporting Initiative (GRI), invece, costituiscono uno standard internazionale, ampiamente utilizzato, che consente alle aziende di rendicontare i propri impatti socio-ambientali con un approccio più flessibile, basato sulla materialità d’impatto. Entrambi gli standard sono guidati da un processo di analisi di materialità, che permette di individuare i temi più rilevanti per ciascuna organizzazione, tenendo conto sia delle specificità settoriali sia del contesto in cui l’impresa opera.

Per le piccole e medie imprese, tuttavia, la crescente richiesta di informazioni ESG da parte di banche e grandi aziende della supply chain rischia di tradursi in un onere sproporzionato. Per rispondere a questa esigenza, l’European Financial Reporting Advisory Group (EFRAG) ha sviluppato il Voluntary reporting standard for SMEs (VSME), uno standard volontario semplificato, strutturato in due moduli e basato su un numero limitato di informazioni chiave. Il VSME consente alle PMI di fornire dati ESG in modo proporzionato e armonizzato, facilitando il dialogo con il sistema finanziario e le grandi imprese loro clienti.

Il filo conduttore dell’intero webinar è stato il ruolo della governance come elemento abilitante della sostenibilità. Integrare i principi ESG nella strategia aziendale significa rafforzare la capacità di gestire i rischi climatici, operativi e reputazionali, migliorare la trasparenza verso gli stakeholder e cogliere nuove opportunità di mercato. Questo richiede una governance strutturata, con competenze ESG adeguate all’interno a tutti i livelli aziendali, dal Consiglio di Amministrazione alla Direzione e ai responsabili aziendali, con la definizione di ruoli e responsabilità chiari, policy aggiornate e sistemi di controllo interno in grado di garantire la qualità delle informazioni rendicontate.

La governance si estende inoltre alla gestione delle persone e della catena di fornitura, che rappresenta oggi uno degli ambiti più sensibili e strategici dell’agenda ESG. Politiche di diversity, equity & inclusion, programmi di formazione continua sui temi della sostenibilità, iniziative di welfare orientate al benessere e percorsi di coinvolgimento dei dipendenti contribuiscono a rafforzare la cultura interna e la capacità dell’impresa di rendere la sostenibilità un processo condiviso. Parallelamente, l’attenzione normativa crescente verso la supply chain impone alle aziende di dotarsi di strumenti di presidio lungo l’intera catena del valore. Codici di condotta per i fornitori, audit ESG periodici, programmi di supporto e sistemi digitali di tracciabilità diventano elementi fondamentali per prevenire rischi reputazionali (causati da violazione dei diritti umani o da danni ambientali), soprattutto in un contesto in cui le richieste di trasparenza e due diligence tenderanno ad ampliarsi progressivamente anche verso le PMI.

In conclusione, la good governance rappresenta oggi l’elemento imprescindibile per affrontare la sostenibilità in modo serio e credibile. La CSR, infatti, non può essere intesa come un progetto occasionale, bensì come un percorso continuo, che richiede di selezionare strumenti adeguati, rafforzare le competenze interne, creare un comitato o un team di lavoro dedicato e promuovere un dialogo costante con clienti e fornitori. In un’economia sempre più interconnessa, la sostenibilità diventa uno spazio di collaborazione lungo la filiera, in cui condividere sfide e opportunità comuni, anticipare i cambiamenti regolatori e trasformare la governance ESG in un vero fattore di competitività e resilienza.

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