Ecodesign, economia circolare e diritto alla riparazione: come cambia il modello produttivo europeo

Focus CSR: Regolamento Ecodesign e la Direttiva sul diritto alla riparazione, 23.03.2026

In collaborazione con la Camera di Commercio Como-Lecco

Negli ultimi anni l’Unione europea ha accelerato in modo significativo la produzione normativa in materia di sostenibilità, delineando un quadro sempre più strutturato che spinge le imprese verso modelli di economia circolare. Non si tratta più solo di ridurre gli impatti ambientali, ma di ripensare in profondità il modo in cui prodotti e servizi vengono progettati, realizzati, utilizzati e gestiti lungo l’intero ciclo di vita.

Questi temi sono stati al centro del webinar del 23 marzo 2026, promosso da AITI e dalla Camera di Commercio Como-Lecco, che ha approfondito in particolare due pilastri della transizione: il Regolamento Ecodesign e la Direttiva sul diritto alla riparazione. A introdurre il quadro è stata Jenny Assi, responsabile scientifica CSR di AITI, che ha sottolineato come la riprogettazione di prodotti e servizi in un’ottica di riduzione, riutilizzo e rigenerazione dei materiali possa essere non solo una sfida ma anche un’opportunità di business. Ad avere un miglior posizionamento, sono le aziende che hanno investito nella qualità e che intrattengono buone relazioni lungo la catena del valore, poiché possono garantire durabilità dei prodotti e possono dialogare più facilmente con fornitori e clienti per la ricerca di soluzioni innovative. 

Durante l’approfondimento tecnico, Alessandra Borghini, consulente per la sostenibilità di Ergo Srl (spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) e partner del progetto SMART della Camera di Commercio Como-Lecco, ha evidenziato come questo cambiamento sia sostenuto da un sistema normativo europeo sempre più articolato: Direttiva sulla plastica monouso alla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), Regolamento sulle batterie, meccanismo di adeguamento del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), Regolamento Ecodesign, sono esempi della chiara direzione del Green Deal dell’Unione europea: aumentare trasparenza, tracciabilità e responsabilità lungo tutta la catena del valore. Quattro sono gli effetti principali per le imprese: un incremento degli obblighi di rendicontazione, una maggiore attenzione alla supply chain, l’introduzione di standard più stringenti su prodotti e materiali e una pressione crescente verso modelli di business circolari.

In questo contesto si inserisce il Regolamento (UE) 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti (Ecodesign for Sustainable Products Regulation – ESPR), già in vigore e destinato a essere progressivamente implementato attraverso atti delegati specifici per varie categorie di prodotto. Il primo piano di lavoro, pubblicato nell’aprile 2025, copre il periodo 2025–2030 e prevede una revisione intermedia nel 2028, a conferma di un approccio dinamico che consentirà di aggiornare priorità e ambiti di applicazione. Le prime categorie coinvolte includono prodotti finali come abbigliamento, pneumatici, mobili e materassi, ma anche prodotti intermedi come ferro, acciaio e alluminio, oltre a criteri trasversali quali l’indice di riparabilità e il contenuto di materiale riciclato.
L’ecodesign introduce requisiti obbligatori sia di prestazione sia di informazione, imponendo alle imprese di integrare fin dalla progettazione criteri come durabilità, riparabilità, aggiornabilità, riciclabilità e riduzione delle sostanze pericolose. Questo implica un cambio di paradigma anche tecnico: progettare prodotti smontabili, garantire disponibilità di pezzi di ricambio, facilitare le operazioni di manutenzione e considerare la tracciabilità dei materiali. Strumenti come l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA) e l’impronta di carbonio (carbon footprint) restano fondamentali, ma non sono più sufficienti da soli. Un elemento chiave è il passaporto digitale del prodotto (Digital Product Passport – DPP), che raccoglie dati sulle prestazioni e sulla sostenibilità dei prodotti lungo tutto il ciclo di vita. Questo strumento rafforza la tracciabilità, abilita controlli più efficaci e introduce nuove modalità di comunicazione verso il mercato. Il tema dei dati diventa quindi centrale, ma rappresenta anche una delle principali criticità per le imprese, sia in termini di raccolta sia di gestione.

L’impatto del Regolamento si estende lungo tutta la catena del valore. Le materie prime, in particolare quelle critiche, assumono un ruolo strategico anche per ragioni geopolitiche, mentre si rafforza il principio di responsabilità estesa del produttore (Extended Producer Responsibility – EPR), che coinvolge sempre più settori – dal tessile alle batterie fino al packaging. Questo genera un effetto a cascata nelle relazioni tra imprese. Accanto alla progettazione, la normativa europea interviene in modo sempre più incisivo anche sulla fase di utilizzo dei prodotti attraverso la Direttiva sul diritto alla riparazione (Right to Repair – R2R). L’obiettivo è estendere la vita utile dei beni e ridurre la produzione di rifiuti, rispondendo a una domanda crescente dei consumatori: il 77% preferirebbe infatti riparare piuttosto che acquistare un nuovo prodotto. La Direttiva introduce obblighi operativi molto concreti: i produttori, su richiesta del consumatore, devono garantire la riparazione dei beni per cui sono previsti requisiti di riparabilità e non possono rifiutarsi se la riparazione è tecnicamente possibile, potendo eventualmente subappaltarla. La riparazione deve essere effettuata a condizioni eque: gratuitamente o a un prezzo ragionevole, entro tempi congrui e, se necessario, mettendo a disposizione un bene sostitutivo durante l’intervento. Qualora la riparazione non sia possibile, il produttore può offrire un prodotto ricondizionato. La Direttiva interviene anche sul funzionamento del mercato della riparazione. I consumatori possono rivolgersi liberamente a qualsiasi riparatore, mentre i produttori non possono utilizzare barriere tecniche o contrattuali – hardware o software – che impediscano la riparazione. Devono inoltre garantire l’accesso a informazioni tecniche, strumenti e pezzi di ricambio, anche a operatori indipendenti, e rendere disponibili tali componenti a prezzi ragionevoli che non scoraggino la riparazione. È inoltre vietato rifiutare interventi su prodotti già riparati da terzi. Un ulteriore elemento di trasparenza è rappresentato dal modulo europeo di informazioni sulla riparazione, uno strumento standardizzato che consente ai consumatori di confrontare facilmente le offerte. Il modulo include informazioni dettagliate sul bene, sul tipo di intervento, sui costi (o sulle modalità di calcolo), sui tempi di riparazione, sulla disponibilità di prodotti sostitutivi e sulle eventuali prestazioni accessorie, contribuendo a rendere il mercato della riparazione più accessibile, comparabile e affidabile.

Durante il webinar sono stati presentati anche esempi concreti che hanno permesso di comprendere come questi principi si traducano operativamente in nuovi modelli di business, evidenziando come la circolarità possa diventare una leva competitiva oltre che un vincolo normativo. In altre parole, le imprese sono chiamate a un cambiamento profondo, che richiede investimenti, capacità di gestione dei dati e ripensamento dei modelli produttivi. Chi saprà anticipare questa transizione potrà cogliere opportunità significative in termini di innovazione, posizionamento e accesso ai finanziamenti; chi resterà indietro rischia non solo la non conformità, ma anche l’esclusione da filiere sempre più selettive e orientate a prodotti progettati per durare, essere riparati e circolare nel tempo.

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