Cambiamenti climatici: Intervista a Beatrice Blini, responsabile rischi BancaStato

Il cambiamento climatico non è più un tema ambientale circoscritto alla responsabilità sociale d’impresa: è diventato un fattore strutturale di rischio economico e finanziario. Come emerso nel webinar Focus CSR: Rischi climatici e assicurazioni del 26 gennaio 2026, organizzato in collaborazione con la Camera di Commercio Como-Lecco, le imprese non possono più considerare il passato come guida affidabile per il futuro. L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteo-climatici estremi, confermato anche dal Global Risks Report del World Economic Forum, sta ridefinendo il concetto stesso di rischio d’impresa.

Il punto centrale è chiaro: non esistono “disastri naturali” in senso assoluto, ma pericoli naturali che diventano disastri quando colpiscono sistemi vulnerabili ed economicamente esposti. Il rischio nasce dall’interazione tra probabilità dell’evento, vulnerabilità delle strutture e valore degli asset coinvolti. Per le aziende, il danno più rilevante non è spesso quello materiale, ma l’interruzione dell’attività e l’impatto sulla continuità operativa e sulle filiere.

In questo scenario, la gestione del rischio climatico assume una dimensione strategica e normativa. In Italia, la Legge di Bilancio 2024 introduce l’obbligo di copertura assicurativa contro i rischi catastrofali per tutte le imprese iscritte al Registro delle Imprese (con esclusione delle agricole), collegando di fatto l’accesso ai contributi pubblici alla presenza di adeguate polizze. In Svizzera, parallelamente, le grandi imprese sono già chiamate a rendicontare i rischi climatici secondo gli standard TCFD (7ask Force on Climate-related Financial Disclosures), mentre il sistema assicurativo – attraverso il Pool danni della natura – punta su solidarietà e prevenzione per mantenere assicurabili rischi sempre più complessi.

Riduzione delle emissioni di gas effetto serra, analisi dei rischi fisici e di transizione, prevenzione strutturale e coperture adeguate non sono più opzioni reputazionali, ma leve di resilienza economica.

È in questo contesto che si inserisce la riflessione sul ruolo del sistema finanziario. Se il rischio climatico incide sulla stabilità delle imprese, incide inevitabilmente anche sulla valutazione creditizia, sulla gestione degli investimenti e sulla governance bancaria. Per comprendere come questi fattori vengano integrati nei processi di analisi e gestione del rischio, abbiamo intervistato Beatrice Blini, responsabile dei rischi di BancaStato.

In che modo le grandi imprese svizzere di interesse pubblico stanno integrando oggi l’analisi dei rischi climatici nelle proprie strategie e attività operative?

Banca Stato opera principalmente a contatto con il territorio ticinese e non disponiamo dunque di una visione capillare a livello nazionale. Tuttavia, possiamo osservare che le grandi imprese svizzere di interesse pubblico — in particolare società quotate in borsa, grandi banche e compagnie assicurative — stanno progressivamente integrando l’analisi dei rischi climatici nelle proprie strategie e attività operative. Questo avviene attraverso una combinazione di requisiti normativi, obblighi di rendicontazione, rafforzamento dei sistemi interni di gestione del rischio e sviluppo di strategie orientate alla sostenibilità. Infatti, gli obblighi di pubblicazione includono la gestione dei rischi climatici.

In particolare, a partire dal 1° gennaio 2024, l’Ordinanza concernente la relazione sulle questioni climatiche introduce per le grandi società svizzere un obbligo basato sul principio del “comply or explain”, che richiede la pubblicazione di informazioni sui temi climatici in linea con le raccomandazioni della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD).

Tali raccomandazioni si articolano in quattro aree principali:

  • Governance dei rischi climatici;

  • Strategia aziendale rispetto ai rischi fisici e ai rischi di transizione;

  • Sistemi di gestione del rischio specifici per i rischi climatici;

  • Metriche e obiettivi legati, in particolare, alla riduzione delle emissioni.

L’obbligo si applica alle imprese che superano determinate soglie dimensionali (almeno od oltre 500 dipendenti, almeno od oltre CHF 20 milioni di attivi oppure almeno od oltre CHF 40 milioni di fatturato), risultando quindi rilevante soprattutto per le grandi aziende.

Questa evoluzione normativa ha indubbiamente accelerato sia la qualità della rendicontazione sia l’adozione di misure concrete ed effettive da parte delle grandi imprese svizzere.

 

Quali sono, dal punto di vista di una banca, i principali rischi climatici da considerare nella valutazione di crediti e ipoteche (rischi fisici e di transizione)?

Dal punto di vista di una banca, in linea con la normativa internazionale e nazionale, i principali rischi climatici da considerare , sono i rischi fisici ed i rischi di transizione. In particolare, la Circolare FINMA 2026/1 “Rischi finanziari connessi a eventi naturali” fornisce un quadro di riferimento chiaro per l’identificazione e la gestione di tali rischi. Per rischi finanziari connessi a eventi naturali si intendono le potenziali ripercussioni finanziarie negative, dirette o indirette, a breve, medio e lungo termine, derivanti dall’esposizione dell’istituto a rischi climatici e ad altri rischi naturali. Questi fattori di rischio non agiscono in modo isolato, ma si trasmettono attraverso i canali di rischio bancari già esistenti, influenzando il rischio di credito, di liquidità, di mercato e operativo, oltre ai rischi reputazionali, strategici e di business.

La Banca riconosce che i rischi climatici derivano sia dal cambiamento delle condizioni fisiche del clima – rischi fisici come l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi naturali estremi (ad esempio frane o alluvioni in determinate aree del territorio) — sia dagli sforzi globali legati alla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, ovvero i rischi di transizione. I rischi di transizione includono, tra gli altri, l’introduzione di nuove normative ambientali, tasse sulle emissioni o cambiamenti tecnologici che possono incidere sulla redditività di determinati settori o beni. Nelle decisioni di concessione del credito, la Banca valuta la solidità complessiva delle aziende richiedenti e, nel caso delle ipoteche, lo stato e le caratteristiche complessive dell’immobile. Attraverso strumenti come le ipoteche “green”, è inoltre possibile finanziare interventi mirati a migliorare l’efficienza energetica degli edifici e favorire la transizione energetica, ad esempio mediante l’installazione di pannelli solari o sistemi di riscaldamento a pompa di calore.

Dal punto di vista della gestione del rischio, la Banca monitora specifici indicatori a livello di portafoglio al fine di valutare l’esposizione complessiva ai rischi fisici e di transizione. Un elemento fondamentale di mitigazione del rischio rimane inoltre l’obbligo di una copertura assicurativa adeguata: la Banca richiede che almeno il valore ipotecato dell’immobile sia interamente assicurato affinché eventuali danni materiali possano, in linea di principio, essere compensati. È infine importante considerare che alcuni settori economici risultano più esposti agli eventi naturali e possono richiedere tempi di recupero più lunghi — come, ad esempio, il settore agricolo — rispetto ad altri comparti, quali quello degli uffici o dei servizi. Oltre agli interventi strutturali sugli edifici, la Banca ribadisce pertanto l’importanza di adeguate coperture assicurative sia per i privati sia per le aziende.

Cambierà il processo di concessione di finanziamenti per le aziende alla luce delle esigenze di rendicontazione climatica (art. 964 CO e standard TCFD)?

La TCFD non prescrive nessun cambiamento al modello di affari delle banche, quindi il processo di concessione di finanziamenti per le aziende non cambierà a seguito delle richieste della TCFD. Ci sono aspetti che per ora inizieranno ad essere monitorati nella gestione del rischio e ci aiuteranno ad avere una visione più olistica sui rischi bancari preesistenti. Le normative spesso aumentano le richieste di rendicontazione e monitoraggio interno. Già da anni la Banca, attenta al tema della sostenibilità ha apportato modifiche alla propria strategia. Per esempio, nel contesto dei rischi di transizione per i crediti alle imprese, Banca Stato non partecipa a intermediazioni riguardanti petrolio, non accetta nuova clientela attiva nel trading di carbone e non finanzia altresì le attività nell’ambito del petrolio grezzo e dei derivati del petrolio (Rapporto di sostenibilità 2024, pag. 112).

Chiaramente se le normative richiedessero un certo tipo di cambiamento nella strategia delle aziende, le aziende dovrebbero fare in modo di essere munite di quanto richiesto. AITI e Camera di commercio mettono a disposizione, da alcuni anni, modelli di reportistica a misura di PMI. Esistono già dunque strumenti che aiutano le imprese ticinesi a redigere un rapporto di sostenibilità sulla base del quale la strategia climatica ed eventuali misure di adattamento possono essere implementate.

Quali consigli darebbe alle aziende ticinesi che vogliono prepararsi in modo efficace alle future richieste del settore finanziario in materia di rischi climatici?

A prescindere dalle richieste del settore finanziario, qualora un’azienda rifornisse gruppi internazionali, ebbene richieste simili a quelle di cui abbiamo parlato prima potrebbero diventare rilevanti per aggiudicarsi la fornitura o a seguito di una richiesta della controparte, chiamata a rendicontare questo tipo di informazioni per tutta la catena di valore. Il primo passo è dunque quello di non trattare il clima come un tema “a parte”, ma come un fattore di rischio d’impresa vero e proprio che può realizzare i rischi già identificati e causare potenziali perdite finanziarie.

Esempi su cosa si può fare concretamente:

  • Identificare i rischi fisici (eventi estremi, caldo, siccità, interruzioni della catena di approvvigionamento);

  • Analizzare i rischi di transizione (nuove normative, aumento dei costi energetici, cambiamenti nella domanda);

  • Integrare questi aspetti nella gestione del rischio esistente;

  • Definire il livello di “ambizione” della compagnia;

  • Attribuire chiaramente la responsabilità dei temi climatici (direzione, risk manager);

  • Evitare che il tema resti confinato solo alla comunicazione o al marketing.

Adeguarsi alle richieste normative in vigore, per esempio per le aziende più grandi:

  • Misurare consumi energetici ed emissioni di CO₂ (almeno Scope 1 e 2);

  • Documentare l’esposizione geografica (sedi, fornitori, clienti);

  • Tenere traccia di obiettivi e azioni.

Non è necessario applicare subito standard complessi come richiesti invece a una multinazionale.

Approccio consigliato:

  • Usare la logica TCFD come riferimento (governance, strategia, rischi, metriche);

  • Adattarla alla scala dell’azienda;

Prepararsi a richieste di rendicontazione (diretta o indiretta per il tramite delle controparti commerciali) legate alle esigenze definitive dagli organismi nazionali ed internazionali quali ISSB (International Sustainability Standards Board), CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) nonché FINMA.

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